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L'inferno Cecenia
"Dalla caduta dell’Unione Sovietica sono stati uccisi oltre 40 giornalisti. Dodici reporter sono stati eliminati nell’era Putin. Su quanti di questi delitti è stata fatta luce?" ![]() Anna Politkovskaya, uccisa il 7 ottobre 2006 ![]() Antonio Russo, ucciso il 16 ottobre 2000 |
La giornalista Olga Kotovskaïa, che lavorava per la televisione locale Kaskad è deceduta dopo una caduta dal quattordicesimo piano di un palazzo nel centro della città di Kaliningrad (capitale dell’enclave russa fra Polonia e Lituania, ai bordi del mar Baltico). La sua morte è sopravvenuta sei giorni dopo che la corte di arbitraggio della città le aveva dato ragione circa l'ingiusto allontanamento, nel 2004, da una catena televisiva da lei fondata negli anni '90 e della quale deteneva il 49% del capitale. Il tribunale aveva riconosciuto che i documenti forniti per il cambiamento azionario che avevano portato all'allontanamento della giornalista erano falsi. L'attuale governatore della regione, Vladimir Pirogov, avrebbe preso parte a tale manovra. Dopo la sua morte i suoi colleghi e l'Unione dei giornalisti di Kaliningrad, hanno ripetutamente affermato che il "suicidio" della giornalista non è credibile. Tutti, infatti, la descrivono come una donna combattiva, brillante, madre di due figli, e che, oltretutto, era appena uscita vittoriosa da una battaglia processuale seguita con grande interesse dai media locali. Igor Rudnikov, editore del giornale locale 'Novyie Kolessa', ha affermato che "nessuno in città crede che la giornalista abbia messo volontariamente fine ai suoi giorni. Inoltre non vi era alcuna ragione perché la giornalista si fosse recata in un palazzo a lei completamente sconosciuto. La morte di Olga Kotovskaïa ricorda in maniera impressionante quella di Ivan Safronov, talentuoso giornalista di 'Kommersant', morto nel marzo 2007, dopo una caduta dal quinto piano di un palazzo di Mosca. La polizia aveva ben presto chiuso il caso accreditando l'ipotesi di suicidio.
Sono 300 i giornalisti uccisi nella Federazione Russa dal 1993 (anno della fine dell’URSS ) fino all’inizio del 2009. Il dato è il risultato del primo rapporto sistematico sulla morte dei giornalisti in Russia pubblicato dalla Federazione Mondiale dei giornalisti (IFJ ) e curato dal Centro per il Giornalismo in Situazioni Estreme (CJES ) con sede a Mosca, al cui direttore, Oleg Panfilov, è stata assegnata la Nona Edizione del Premio internazionale per la libertà di informazione ISF-Città di Siena “.Il dato è contenuto nel comunicato diffuso oggi dall’Esecutivo dell’associazione Information Safety and Freedom che organizza il Premio con il Comune di Siena ed il contributo della Banca Monte dei Paschi e la collaborazione dell’associazione Rocco Barnabei. “Il giornalista Oleg Panfilov – si legge nella nota di Information Safety and Freedom- ha annunciato di aver abbandonato la Russia per trasferirsi in Georgia, dopo aver subito pesanti minacce.’ Non si può vivere in un Paese dove stampa e televisione mentono, il governo mente e la gente ha paura ‘, ha dichiarato il direttore del CJES che a Tblisi ha aperto una scuola di giornalismo e curerà l’avvio di un nuovo canale televisivo in lingua russa. In Russia è oggi in atto un revival della cultura politica sovietica e si prefigura una nuova dittatura “. “La Russia – continua la nota dell’esecutivo di ISF - è collocata al 174 ( su 175 ) nella classifica 2009 per la libertà di stampa stilata dalla Freedom House, al 153 posto ( su 195 ) in quella di Reporters Sans Frontieres e al terzo fra quella dei 10 Paesi con meno libertà di stampa del Comitte for Protect Journalists di New York. Il 75 per cento dei russi si informa solo attraverso la tv e quasi tutti i canali televisivi sono sotto il controllo diretto o indiretto del Cremlino. Le leggi sul terrorismo hanno reintrodotto il reato di alto tradimento, di staliniana memoria, che prevede da 12 a 19 anni di carcere e negli ultimi sei mesi sette giornalisti sono stati arrestati con questa accusa “. “A venti anni dalla caduta del Muro di Berlino- dichiara il presidente di ISF Stefano Marcelli – la Russia non è libera . Il popolo russo è povero, triste e intimidito da chi lo governa e i giornalisti sono testimoni scomodi che vanno messi a tacere con qualunque mezzo “.
“Il giornalista deve produrre reportage, servizi, interviste. E le lacrime che versa nell’una o nell’altra occasione non interessano, in fondo, nessuno. Descrivi quello che vedi, metti insieme dei fatti e analizzali. Punto e basta. Ma rispetto a ciò che pubblichiamo, molte cose restano fuori”. Tv7: l'ultimo reportage
Il cadavere Malik Akhmedilov, corrispondente del giornale in lingua avara ‘Khakikat’ (La verità) è stato trovato in un’auto parcheggiata in un quartiere di Makhackala, la capitale del Daghestan, repubblica del Caucaso russo al confine con la Cecenia. Sul cadavere numerosi colpi di arma da fuoco, in corrispondenza in particolare dello stomaco. «Il corpo è stato lasciato dentro un’automobile, aveva ferite da arma da fuoco nel ventre», ha riferito il ministero dell’Interno localei. Il Dagestan, per anni «retrovia» del conflitto ceceno, è diventato un nuovo epicentro di tensioni nel Caucaso russo, assieme alla vicina Inguscezia. In entrambe le repubbliche negli ultimi mesi si sono moltiplicate violenze e omicidi, sullo sfondo di un complicato intreccio di estremismo islamico, scontri tra bande rivali e vicende di corruzione.
Nuove accuse a Mosca. Questa volto sono i figli di Anna Politkovskaia, la giornalista uccisa sul portone di casa nell'ottobre del 2006 a Mosca, a puntare il dito contro lo Stato. Perché sta dimostrando un completo disinteresse nel far luce sui mandanti, di fatto copre gli assassini della loro madre. Le accuse di Vera e Ilià giungono dopo che il Tribunale militare di Mosca - all'apertura del nuovo processo - ha respinto la loro richiesta di rinviare gli atti alla procura e di riaprire l'inchiesta, allo scopo di unificarla con quella sui mandanti e sull'esecutore materiale dell'assassinio. Tale decisione «dimostra una sola cosa, e cioè che lo stato non desidera assolutamente far luce su tale delitto», hanno detto i figli della Politkovskaia in una lettera aperta pubblicata oggi con evidenza sulla prima pagina della Novaya Gazieta, il giornale per il quale scriveva la madre. A questo punto, «noi non riteniamo più necessario partecipare a questo show», scrivono i figli della giornalista, secondo i quali l'inchiesta, «è divenuta una farsa». I due giovani hanno tuttavia sottolineato di voler comunque seguire attentamente le udienze del nuovo processo per «non consentire la speranza di far luce venga seppellita definitivamente». I tre imputati per l'uccisione di Anna Politkovskaia erano stati assolti in un primo processo lo scorso febbraio. A fine giugno tuttavia la Corte suprema aveva annullato tale sentenza per vizi procedurali, ordinando un nuovo processo, che si è aperto il 5 agosto scorso. I giudici hanno subito respinto una richiesta delle parti civili, appoggiata dall'accusa e dai legali della difesa, di riaprire l'inchiesta sui tre imputati per unirla a quella sui mandanti e sul presunto esecutore materiale dell'omicidio, del quale si conosce il nome me che è latitante.
«Più di una settantina di giornalisti sono stati assassinati nell'ex Unione Sovietica dal 1992, quarantanove nella sola Russia. I numeri risultano ancora più elevati se si considera anche il martirio dei democratici. La mia nazione, la Bielorussia, non è riuscita ad evitare di pagare il tragico prezzo del cambiamento democratico. Ma dal momento che si tratta di un Paese piccolo e isolato – "un buco nero in Europa" – di casi del genere raramente si parla nei media internazionali. Nessuno ormai ricorda Anatol Maisenya, giornalista e uno dei primi oppositori del presidente bielorusso Alexander Lukashenko, "l'ultimo dittatore europeo". È morto in circostanze sospette in un incidente stradale nel 1996. Stesso destino per Dzmitry Zavadzki, l'ex cameraman personale di Lukashenko, messo in prigione a causa delle sue rivelazioni. Nel 2000 è scomparso e, né il suo corpo, né i suoi rapitori sono stati mai trovati. Un'altra giornalista conosciuta per le sue posizioni critiche nei confronti del presidente, Veranika Charkasava, e che lavorava come reporter investigativo per il quotidiano indipendente 'Salidarnasc', nel 2004 è stata pugnalata a morte e i suoi assassini non sono mai stati identificati. E ancora: Vasily Grodnikov scriveva per uno dei maggiori quotidiani dell'opposizione, 'Narodnaya Volia'. È deceduto nel 2005 in seguito alle percosse ricevute dai suoi aggressori che anche in questo caso non sono stati trovati. Sì, ci sono delle somiglianze tra i casi accaduti in Russia e in Bielorussia. Per esempio, entrambi i loro presidenti non hanno mai rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale riguardo agli episodi, né offerto le condoglianze per le vittime. Come in Russia, anche le autorità bielorusse non sembrano in grado né di fermare né di risolvere i crimini commessi ai danni degli attivisti democratici assicurando i colpevoli alla giustizia. In entrambi i Paesi si ha l'impressione che questa indifferenza da parte degli organi ufficiali sia quasi un segno dell'approvazione dell'assassinio come strumento adatto per mettere a tacere tutti quelli che cercano di difendere i diritti umani e la libertà di stampa. Gli eventi accaduti ultimamente a Mosca erano, inoltre, in parte connessi alla Bielorussia. Stanislav Markelov, 35 anni, era sposato con una donna bielorussa, aveva difeso dei cittadini bielorussi arrestati per aver protestato di fronte all'ambasciata della Bielorussia a Mosca e aveva preso parte a un seminario sui diritti umani a Minsk. Ma essendo una giovane giornalista che collabora con i "nuovi media", sono rimasta particolarmente colpita dal coraggio della venticinquenne Anastasia Baburova. L'omicidio della giovane giornalista e studentessa all'università statale di Mosca è stato messo in ombra da quello del più noto Markelov. Ma la sua tragica morte è altresì fonte di speranza ed ispirazione. A dispetto del pericolo che correva, era decisa a continuare a studiare e praticare il giornalismo investigativo. Aveva aderito a un partito politico dell'opposizione e lavorava per un quotidiano indipendente, che nel 2000 aveva visto altri suoi tre reporter uccisi. Aveva scelto di scrivere articoli e blog contro i misfatti perpetuati in uno Stato autoritario. È morta affrontando l'assassino del suo collega, diventando un'ispirazione per tutti noi. Non possiamo restare in silenzio. Dobbiamo alzare la nostra voce a difesa della democrazia e della libertà d'espressione. Non esiste arma in grado di impedire alle persone di cercare la verità e lottare per la libertà. Nonostante la lunga lista di persone uccise, imprigionate, picchiate e oppresse, in Bielorussia e Russia giovani giornalisti continuano ad unirsi ai mezzi di comunicazione indipendenti. Noi tutti dobbiamo impegnarci per realizzare quei cambiamenti che garantiranno che nessun altro essere umano in questa parte del mondo debba morire per aver tentato di cercare la verità». Irina V. Isf
Il quotidiano russo 'Tvoi Dien' (Il tuo giorno) ha pubblicato in prima pagina la foto del presunto killer che il 19 gennaio ha freddato in pieno centro e in pieno giorno a Mosca l'avvocato Stanislav Markelov, 34 anni, e Anastasia Baburova (25), collaboratrice di 'Novaia Gazeta', lo stesso giornale per cui lavorava Anna Politkovskaia. Un duplice omicidio che ha sollevato proteste anche all'estero, ma oggi il ministero degli esteri russo ha parlato di strumentalizzazione politica della morte della giornalista. L'immagine pubblicata dal giornale è stata ripresa da una videocamera della stazione della metropolitana Kropotinskaia tre minuti dopo il duplice delitto. L'uomo, magro e di alta statura, è ritratto mentre cammina in un corridoio della stazione con un berretto e il bavero rialzato della giacca che lasciano intravedere solo gli occhi. Il quotidiano ha lanciato un appello ad eventuali testimoni promettendo una ricompensa di entità non precisata. Gli inquirenti avevano negato l'esistenza di testimoni oculari dei due omicidi e stanno continuando l'esame di tutte le videocamere della metropolitana e di quelle degli edifici vicini al luogo del delitto. (Guardate quanta gente c’è che lo osserva)
L'erede di Anna Politkovskaya è stata uccisa in un agguato insieme a un avvocato icona della lotta per i diritti civili in Cecenia. Anastasia Baburova, venticinquenne praticante della Novaya Gazeta, è morta nell'ospedale in cui era stata portata con una ferita d'arma da fuoco alla testa. Secondo la polizia è rimasta vittima di un attentato il cui vero obiettivo era Stanislav Markelov, l'avvocato trentaquattrenne che si era battuto contro il rilascio anticipato del colonnello Yuri Budanov, l'ufficiale più alto in grado a essere condannato per crimini di guerra da un tribunale russo. Markelov aveva appena finito di parlare con i giornalisti quando un sicario gli ha sparato alla nuca e ha poi fatto fuoco contro la giovane giornalista, autrice di numerosi reportage sul crescente razzismo e ultranazionalismo in Russia. Nel processo contro il colonnello Budanov, Markelov aveva rappresentato la famiglia di Elza Kungayeva, una diciottenne cecena stuprata e uccisa da un gruppo di soldati russi. Nel 2000 l'ufficiale era stato arrestato, incriminato per il delitto e condannato a 10 anni, ma giovedì scorso era tornato in libertà nonostante la campagna condotta dall'avvocato contro il rilascio. L'uccisione di Elza era diventata il simbolo degli abusi commessi in Cecenia dalle truppe russe e la liberazione del colonnello era stata accolta con un'ondata di proteste. Il padre della ragazza, minacciato di morte, è costretto all'esilio in Norvegia. Corriere.it |